domenica , 23 luglio 2017
S come stage

S come stage

S come stage. “Stage” non tanto perché sono ormai alla lettera “S”, che pure poteva essere quella di studio, di silenzio, di schemi e di sintesi, ma perché non ho osato scrivere la parola “lavoro” alla lettera “L” per definire lo step immediatamente successivo alla laurea.

Beh, “immediatamente” forse non è l’avverbio giusto per descrivere un futuro per il quale si è studiato ma che al termine degli studi si profila, per lo più, ancora lontano e vago. Per molti infatti, il giorno della laurea, dopo brindisi e canti goliardici, siepi da saltare o altri riti propiziatori, è un affacciarsi su un’incognita avvolta da impenetrabile nebbia.

Capita di imbattersi – per davvero! – in studenti che non arrivano felici alla laurea, che non attendono impazienti il giorno della proclamazione perché il dopo è incerto e genera ansia e preoccupazione. Fino a quel giorno sapevano cosa fare: ma adesso?
La prospettiva del lavoro giovanile nel nostro paese è una faccenda seria al punto che molti lo cercano all’estero, e non si tratta di cervelli o non cervelli in fuga: si tratta di un lavoro. A chi rimane non resta che l’avventura dello stage, uno o più di uno, poi forse un contratto a progetto, poi un altro ancora, o un praticantato, un apprendistato… Naturalmente con poca retribuzione e molto “sfruttamento”, nella speranza che insegnino qualcosa di utile o facciano curriculum. Quel lavoro, insomma, che un tempo era indice di stabilità e base per metter su casa ora è ora una tessera in più nel grande puzzle dell’incerto e del precario.

Il terreno è talmente insidioso che anche alcuni ministri vi hanno fatto scivoloni virali: basti pensare a quella famosa esortazione ai giovani a non essere troppo “choosy”, schizzinosi, o a quell’altra che sosteneva che i voti alti non servono a un “fico” e gli studenti che girano “in tondo per prendere mezzo voto in più buttano via del tempo che vale molto molto di più di quel mezzo voto”. Tra tutti questi, alla fine, mi sembra più vero quel post, scorto navigando, che diceva: “Il tipo del McDonald’s m’ha fatto una pila incredibile di patatine senza farle cadere. Sarà quello laureato in architettura”.

Ne vale davvero la pena, di laurearsi? Certo che sì! E occorre farlo bene. Ma con alcune avvertenze e modalità d’uso. Innanzitutto il lavoro che, forse, farai dopo la laurea non è l’unica ragione del tuo studio. C’è anche il gusto di cercare e conoscere, la passione per il confronto a lezione e nella preparazione degli esami, il desiderio di acquisire criteri di giudizio e di sintesi su quanto avviene nel mondo, la voglia di capirsi meglio e di crescere maturando.

La ragione per cui ti iscrivi all’università non deve assolutamente essere: perché-così-dopo-guadagnerò-di-più. Il criterio di uno studio finalizzato ad un profitto maggiore non è un criterio che aiuta a vivere bene gli anni universitari. A ciò si aggiunge che ci dev’essere una sana lotta con mamma e papà prima dell’iscrizione: tra quello-che-mi-piace-fare e così-non-troverai-mai-un-lavoro, tra io-sono-bravo-in-questo e con-questo-ti-sistemerai-subito sta quel sano equilibrio che cerca di conciliare talenti e passioni con possibilità reali di un lavoro. Sogna la tua professione ideale ma sii disposto a metterti in gioco anche in altri campi. Senza frustrazioni, senza rassegnazioni.

La questione del lavoro è, poi, uno degli aspetti significativi che dice qual è il tuo posto nel mondo. Il giovane che diventa adulto deve trovarlo ed occuparlo con responsabilità e creatività. Il lavoro esprime il modo di essere protagonisti di questo tempo: lì si trova la propria dignità e la possibilità concreta di costruirsi il proprio futuro e quello di chi ci sta attorno.

È vero che Gesù esorta a non affannarsi per il cibo ed il vestito e a non preoccuparsi per il “domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena” (Mt 6,34), ma è altrettanto vero che castiga quel servo che non fa fruttare il proprio talento. Di fronte al lavoro, da una parte, non ci dev’essere ansia e, dall’altra, occorre determinazione e passione. Non c’è posto per la rassegnazione ma, in un tempo realmente complesso e duro, non bisogna smettere di coltivare la speranza. Quella che esige anche dal mondo della politica, dell’imprenditoria e della finanza che si garantiscano le condizioni di un’occupazione dignitosa per chi ha studiato e coltivato progetti. La passione, la voglia di creare, la fantasia nell’inventare nuove forme di impiego e di produttività devono caratterizzare l’approccio al mondo del lavoro. Uno stile che non s’inventa una volta conseguita la laurea ma che si forma negli anni pazienti dello studio e della ricerca. Il tempo dell’università, infatti, non “serve” soltanto ad acquisire le competenze necessarie ad accedere con successo al mondo del lavoro ma, soprattutto, a formare un carattere capace di qualità umane e di relazioni collaborative, uno stile determinato di fronte ai problemi e alle sfide, una grinta entusiasta nel progettare. Solo così, realmente, il lavoro diviene lo sbocco naturale di anni di studio.

Don Bortolo Uberti
Cappellano dell’Università degli Studi di Milano

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