giovedì , 21 settembre 2017
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R come Ricerca

R come Ricerca

R come ricerca. Se non ci fosse, probabilmente, non esisterebbe la stessa università. Essa, infatti, è il fondamento della vita universitaria sia per i docenti che per gli studenti. Lo studente ha spesso la sensazione di stare in università come fruitore passivo di nozioni somministrate dai docenti. Quasi una spugna che assorbe quanta più acqua possibile in modo tale che poi, quando all’esame verrà strizzata, possa restituirne in abbondanza. E il docente non è mai soltanto un erogatore di didattica. La ricerca, allora, esprime il bello dello studio, la forza creativa e feconda del lavoro, il servizio alla società.

Ma non solo: l’uomo, essere pensante, se non rinuncia a pensare, da che mondo è mondo è in continua ricerca. È un cercatore di sé e degli altri, della verità e del destino. Per la ricerca spende le sue energie creative ed economiche, è disposto a rinunce e a scelte coraggiose. L’uomo è un cercatore. Se non lo fosse non sarebbe pienamente uomo. Per cui alla ricerca non può rinunciare. Mai. È la condizione di ogni forma di progresso di sé e del mondo.
È sempre un ricercatore il docente che si dedica alla didattica, altrimenti non potrebbe insegnare e migliorare il proprio insegnamento. È sempre un ricercatore lo studente che non può accontentarsi di assimilare ciò che appunta a lezione o sintetizza sui libri.

La ricerca è sinonimo di passione, di idee, di obiettivi da raggiungere. Coinvolge e ruba il sonno. Fa di un giovane il protagonista del suo percorso accademico e non un passivo ruminante di parole altrui. La ricerca conduce alla sintesi oltre il semplice ripetere. Fa della stagione universitaria un’avventura e non un meccanico superamento di esami.

Steve Jobs, nel famoso commencement speech “Stay hungry stay foolish”, raccomandava: “l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che facciamo. Chi ancora non l’ha trovato, deve continuare a cercare. […] Bisogna continuare a cercare sino a che non lo si è trovato. Senza accontentarsi”. Questo significa mettere in conto di fare tanta fatica, di finire in qualche vicolo cieco, di buttar via tutto e ricominciare. Significa mettere in conto il tempo, perché la ricerca ne chiede tanto e noi, invece, pensiamo sempre di non averne o di averne poco.

Due resistenze, oggi, limitano il campo della ricerca e ne avviliscono la passione: i “motori di ricerca” e i “fondi per la ricerca”. In che senso? La tecnologia aiuta, facilita e velocizza il lavoro, ormai è indispensabile, ma a volte inganna, oppure illude: nasconde le fonti, vincola la creatività personale, omologa le idee. Il lavoro di ricerca esige, invece, di essere molto personale e di non procedere nella fretta. Mette in gioco intuizioni da verificare, confronti da costruire, tesi da elaborare. Il bello della ricerca sta nel fare di uno studente un protagonista del sapere: essa, infatti, non appartiene soltanto ai ricercatori di professione. I motori di ricerca sono strumenti tra altri ma non ne esauriscono l’intero lavoro.

I “fondi per la ricerca” sono anch’essi indispensabili, guai se non ci fossero! Anzi, dovrebbero essere molti di più: purtroppo il nostro paese investe troppo poco per la ricerca, ignorando che senza cultura non c’è futuro. Anche nei tempi di crisi economica la ricerca e la cultura permangono beni essenziali. Ma non possono costituire la condizione per giustificare o meno la ricerca così come non devono manipolarla, limitarne il campo o vincolarne i risultati. Il rischio, quando la ricerca dipende esclusivamente dai fondi economici, è che siano coloro che elargiscono le risorse a decidere su cosa cercare e, a volte, anche cosa trovare. Così, la redditività della ricerca ne condiziona l’esistenza. Vale lo stesso per le ideologie o gli interessi di determinate lobby. La ricerca deve essere libera, tendere all’essenziale e muoversi su grandi orizzonti.

Gesù, nel Discorso della Montagna, ci esorta a cercare “il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,33) e tutto il resto verrà in aggiunta. Chiede anche di non cedere all’ansia e all’affanno: “Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena” (Mt 6,34).
Lo stesso discepolo di Gesù è sempre un cercatore del suo Maestro. Ai primi discepoli che vanno da lui chiede, infatti: “Che cosa cercate?” (Gv 1,38), ma lo chiede anche ai soldati che vogliono arrestarlo nel Getsemani (Gv 18,4). La folla stessa, descritta dagli evangelisti, è una folla che spesso va alla ricerca di Gesù, mettendo in conto giornate di viaggio e, a volte, anche la fame e la sete.

La dimensione della ricerca è una dimensione spirituale: attraverso il silenzio e lo studio non tende solo a conseguire risultati eccellenti sotto il profilo accademico, e magari anche redditizi, ma, soprattutto, conduce ad una maggiore conoscenza di sé e al bene della società. Chi smette di cercare non resta dove si trova, finisce quasi sicuramente per perdersi.

Don Bortolo Uberti
Cappellano dell’Università degli Studi di Milano

Foto in evidenza dell’utente Flickr Binaebi Akah

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