domenica , 23 luglio 2017
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Q come Quotidianità

Q come Quotidianità

Q come quotidianità. Quella fatta di tanti giorni, uno uguale all’altro, scanditi dagli stessi ritmi, dagli stessi libri, dalle stesse facce. I giorni di studio. Più o meno la stessa sedia, il solito caffe e lo stesso tram, e quegli appunti presi un po’ così, quelle ore di lezione una come l’altra. Una “q” di quotidianità che sta tra “p” di pigrizia (o poltrona, morbida e calda) e “r” di routine (o ripetitività, scontata e un po’ noiosa), ma anche tra “p” di perseveranza (e pazienza!) e “r” di responsabilità (e magari pure di rigorosità). Perché sempre la quotidianità sta in mezzo a tante cose. Anzi, sta tra tutto, perché non esiste nulla di veramente grande e bello che non si realizzi passo dopo passo nella quotidianità. La gioia di una laurea conseguita è frutto del lavoro quotidiano di mesi e di anni; quella di una vetta montana conquistata è frutto del lento percorso lungo il ripido sentiero. E così una carriera lavorativa, una relazione affettiva, una decisione importante.

È necessario allora riscoprire la bellezza della quotidianità. Così come la sua energia, il suo gusto. Non sempre il bello sta nella novità, in ciò che è diverso dal resto, in ciò che è ultimo. Affermare: “È di ultima generazione!” nel linguaggio comune è divenuto sinonimo di qualcosa di bello, di migliore, di più efficiente. In realtà la bellezza della quotidianità, con la sua fatica e la sua regolarità, è la stessa di quella della goccia d’acqua che, cadendo adagio adagio, leviga anche la pietra più dura. Il ritmo giornaliero dà forma alla personalità di ciascuno, ne tempra il carattere, ne determina il futuro.

C’è anche, paradossalmente, una bellezza della monotonia, quella della “tinta-unita”: quel colore che dice tenacia e costanza, ha i tratti eleganti della determinazione, dimostra forza. La sua energia non dipende dalla sorpresa ma dalla durata, il suo stupore non scaturisce dalla novità ma dalla fedeltà. La quotidianità è tutto questo.

Ma perché emerga nella sua bellezza la quotidianità dello studente deve combattere innanzitutto la pigrizia. Essa, infatti, svuota le giornate, paralizza l’azione, ruba il tempo. La pigrizia genera noia, annulla il gusto, rammollisce la passione. Dilaga lentamente e via via assorbe ogni cosa. Ci si trova ad essere inconcludenti, insoddisfatti, apatici. E il tempo passa inesorabilmente senza portare alcun frutto. Allora è necessario combatterla senza concederle attenuanti e spazi.

Altro nemico della bellezza del quotidiano, e parente stretto della pigrizia, è il disordine: non tanto quello del lasciare in giro ogni cosa, anche quello, certo, ma soprattutto quello degli orari della giornata, dei ritmi dello studio, delle scadenze degli esami, degli appuntamenti rimandati… Il disordine non è la sfumatura della quotidianità ma il suo logoramento. Alla fine appesantisce tutto.
Occorre quindi imparare ad avere ritmi costanti, programmi precisi, tappe scandite con realismo e con rigorosità. Anche se le giornate sembrano essere sempre le stesse non si può andare avanti a caso. È prezioso scandire bene gli orari della giornata, gli argomenti dello studio, le tappe di preparazione degli esami, il tempo della laurea. E poi occorre essere sinceri ed esigenti con se stessi. Non cedere troppo facilmente allo sconto, alla scusa, al rinvio. Solo una regola di vita ordinata fa della quotidianità un capolavoro.

In una parola: disciplina. Non è più di moda, anzi, ha un sapore un po’ d’altri tempi, un po’ ammuffito. Eppure deriva da discepolo, cioè colui che impara, apprende, sotto la guida di un maestro. Non ci può essere un vero studente che non si eserciti con responsabilità nell’arte della disciplina di se stesso. Perché quest’arte, prima di essere pretesa dal docente o dall’educatore, dev’essere un obiettivo di ciascuno. La disciplina più efficace è quella che ciascuno esige da se stesso. Senza una vita ordinata e rigorosa non ci può essere quotidianità feconda e promettente.

Nella preghiera che Gesù ha insegnato, quella che identifica il cristiano e lo accompagna costantemente, troviamo come prima domanda per la nostra vita: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. In un’unica espressione Gesù parla dell’oggi e della quotidianità. Qui ed ora, il necessario per l’esistenza, ciò che fa “stare in piedi”, è quel pane semplice, dato un pezzo alla volta, che consente di vivere giorno per giorno. La prima invocazione per noi, nel “Padre nostro”, riguarda una quotidianità da nutrire e da sostenere. Solo così potrà diventare straordinaria: se ogni gesto, ogni scelta, ogni ora sarà vissuta in modo unico e irripetibile. Perché quel giorno, una volta passato, non tornerà più; quel tempo, se sprecato, non si recupererà più. La quotidianità è lo scrigno di un tesoro fatto di tante piccole perle e quanto più saranno custodite e non buttate e tanto più avrà valore.
Il poeta Rainer Maria Rilke affermava: «Se la tua vita quotidiana ti sembra povera, non biasimarla, biasima te stesso, ammetti di non essere abbastanza poeta per portarne alla luce le ricchezze; perché per il creatore non c’è povertà, né alcun povero luogo insignificante».

Don Bortolo Uberti
Cappellano dell’Università degli Studi di Milano

(foto in evidenza: Utente Flickr Jense Ceder)

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