giovedì , 21 settembre 2017
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«Paolo VI, il papa del moderno»

«Paolo VI, il papa del moderno»

La cappellania dell’Università degli Studi di Milano organizza giovedì 14 maggio «Il gusto della verità. Paolo VI, il papa del moderno», un incontro per approfondire la figura di Giovanni Battista Montini. Figura centrale del Novecento, il pontefice di origine bresciana nella sua azione pastorale cercò con forza di aprire la Chiesa al dialogo con il mondo, promuovendo il confronto a tutto campo con la modernità e le sue espressioni, mosso dalla passione per l’uomo e dalla convinzione del necessario dialogo tra fede e ragione. Montini inoltre, sia da assistente della FUCI, sia da arcivescovo di Milano, sia da papa, si spese molto per l’università, su cui rifletté a lungo lasciando scritti tuttora molto significativi e ricchi di stimoli (lungo tutto quest’anno la pastorale universitaria della diocesi di Milano ci è tornata sopra, discutendone in un’assemblea da cui sono saltate fuori cose interessanti). L’appuntamento in Statale – organizzato dal centro pastorale in collaborazione con l’università, la diocesi di Milano, il gruppo FUCI, la fondazione La Vincenziana, e Universi – vuole essere l’occasione per riflettere sull’eredità di Montini e l’attualità della sua proposta di pensiero.

Interverranno come relatori:
– mons. Pierantonio Tremolada, vicario episcopale per l’evangelizzazione e i sacramenti
Fulvio De Giorgi, docente di Storia dell’educazione, Università di Modena e Reggio Emilia
Alfredo Canavero, docente di Storia contemporanea, Università degli Studi di Milano

L’incontro si terrà giovedì 14 maggio, dalle 16.30 alle 18.30, nella sede centrale dell’Università Statale, in via Festa del Perdono 7 (aula 104).

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  • Paolo Paoli

    tristezza e speranza, dolore e felicità, si contendono la nostra vita . presente,in noi cristiani deve avere sempre e comunque il sopravvento la vittoria pasquale, con la letizia che ne consegue: in mezzo alle avversità non dobbiamo mai perdere il gaudio, la gioia dello Spirito. Nella vita cristiana deve prevalere l’ottimismo cioè il bene, e con esso il gaudio

    Arcivescovo Giovanni Battista MONTINI , nella Pasqua 1961

    Pietro ad avere una fede libera e pronta a seguirlo, le cui caratteristiche fondamentali riecheggiano in un’omelia di papa Paolo VI.nella basilica dell’annunciazione a Nazareth

    Beati saremo, se poveri in ispirito sappiamo liberarci dalla ingannevole fiducia nelle ricchezze materiali e volgere la nostra tensione verso i beni spirituali e religiosi,rispettando e amando i poveri, come fratelli e vive immagini del Cristo.
    Beati saremo, se formati alla dolcezza dei forti sappiamo rinunciare alla mortale potenza dell’odio e della vendetta, preferendo con sapienza al timore che ispirano le armi la generosità del perdono, l’alleanza nella libertà e nel tristezza e speranza, dolore e felicità, si contendono la nostra vita . presente,in noi cristiani deve avere sempre e comunque il sopravvento la vittoria pasquale, con la letizia che ne consegue: in mezzo alle avversità non dobbiamo mai perdere il gaudio, la gioia dello Spirito. Nella vita cristiana deve prevalere l’ottimismo cioè il bene, e con esso il gaudio

    Arcivescovo Giovanni Battista MONTINI , nella Pasqua 1961

    Paolo VI su Maria:

    Non può essere cristiano chi non è mariano
    Noi abbiamo ancora una volta riaffermato il valore pastorale del culto a Maria santissima, e ricordato come Ella abbia nel disegno divino della nostra salvezza una missione specialissima, ….ci autorizza a riporre nella sua materna intercessione la nostra particolare fiducia.
    Sì, Maria è operante nella sua celeste beatitudine, per la sua prevalente carità nella comunione dei Santi, in nostro favore; conosce ed ascolta le nostre invocazioni.
    Questa fiducia apre ora davanti a noi il panorama del mondo, dove le scene di più urgente interesse ispirano la nostra preghiera alla Madre di Cristo, alla Madre della Chiesa,alla Regina della pace, all’aiuto dei cristiani, alla consolatrice degli afflitti, alla ispiratrice della superna Sapienza.

    E allora invitiamo anche voi, Figli carissimi, a fare coro con noi nel chiedere il suo amoroso intervento presso Gesù Salvatore

    L’esortazione all’umiltà rivolta da Gesù a Pietro torva eco in un discorso di papa Paolo VI sulla fede

    Preghiera di Paolo VI
    Signore, io credo, io voglio credere in te.
    O Signore, fa’ che la mia fede sia piena, senza riserve, e che essa penetri nel mio pensiero, nel mio modo di giudicare le cose divine e le cose umane.
    O Signore, fa che la mia fede sia libera, cioè abbia il concorso personale della mia adesione, accetti le rinunce ed i doveri che essa comporta e che esprima l’apice decisivo
    della mia personalità: credo in te, o Signore.
    O Signore, fa’ che la mia fede sia certa; certa d’una esteriore congruenza di prove e di una interiore testimonianza dello Spirito Santo, certa d’una sua luce rassicurante, d’una sua conclusione pacificante, d’una sua assimilazione riposante.
    O Signore, fa’ che la mia fede sia forte, non tema le contrarietà dei problemi, onde è piena l’esperienza della nostra vita avida di luce, non tema le avversità di chi la discute, la impugna, la rifiuta, la nega; ma si rinsaldi nell’intima prova della tua verità, resista alla fatica della critica,
    si corrobori nella affermazione continua sormontante le difficoltà dialettiche e spirituali, in cui si svolge la nostra temporale esistenza.
    O Signore, fa’ che la mia fede sia gioiosa e dia pace e letizia al mio spirito, e lo abiliti all’orazione con Dio e alla conversazione con gli uomini, così che irradi nel colloquio sacro e profano l’interiore beatitudine del suo fortunato possesso.
    O Signore, fa’ che la mia fede sia operosa e dia alla carità le ragioni della sua espansione morale, così che sia una vera amicizia con te e sia di te nelle opere, nelle sofferenze, nell’attesa della rivelazione finale, una continua ricerca, una continua testimonianza, un alimento continuo di speranza.
    O Signore, fa’ che la mia fede sia umile e non presuma fondarsi sull’esperienza del mio pensiero e del mio sentimento; ma si arrenda alla testimonianza dello Spirito Santo, e che non abbia altra migliore garanzia che, nella docilità alla Tradizione e all’autorità del magistero della santa Chiesa. Amen.

    Gesù esortava lavoro, la conquista con la bontà e la pace.
    Beati saremo, se non facciamo dell’egoismo il principio che dirige la nostra vita e del piacere il suo scopo, ma se sappiamo scoprire nella temperanza una fonte di energia, nel dolore uno strumento di redenzione, nel sacrificio il culmine della grandezza.
    Beati saremo, se preferiamo essere oppressi che oppressori, avendo sempre fame di una giustizia che progredisce.
    Beati saremo, se per il Regno di Dio sappiamo, ora e sempre, perdonare e lottare, agire e servire, soffrire e amare.

    Non rimarremo delusi per l’eternità.

  • Paolo Paoli

    TU CI SEI NECESSARIO, O CRISTO

    Tu ci sei necessario, Cristo, unico mediatore,
    per entrare in comunione con Dio Padre
    per diventare come te, unico Figlio,
    suoi figli adottivi,
    per essere rigenerati nello Spirito Santo.

    Tu ci sei necessario, solo Verbo,
    maestro delle verità recondite e indispensabili della vita,
    per conoscere il nostro essere e il nostro destino,
    e la via per conseguirlo.

    Tu ci sei necessario, Redentore nostro,
    per scoprire la nostra miseria morale e per guarirla;
    per avere il concetto del bene e del male
    e la speranza della santità;
    per deplorare i nostri peccati
    e averne il perdono.

    Tu ci sei necessario,
    fratello primogenito del genere umano,
    per ritrovare le ragioni vere
    della fraternità fra gli uomini,
    i fondamenti della giustizia, i tesori della carità,
    il bene sommo della pace.

    Tu ci sei necessario, grande paziente dei nostri dolori,
    per conoscere il senso della sofferenza
    e dare ad essa un valore d’espiazione e di redenzione.
    Tu ci sei necessario, o vincitore della morte,
    per liberarci dalla disperazione e dalla negazione
    e avere la certezza che non tradisce in eterno.

    Tu ci sei necessario, Cristo, Signore, Dio con noi,
    per imparare l’amore vero e camminare,
    nella gioia e nella forza della tua carità,
    sulla nostra via faticosa,
    sino all’incontro finale
    con te amato, con te atteso,
    con te benedetto nei secoli. Amen.

    Paolo VI

    non dimentichiamo questo Papa forse non popolare come altri ma importante e che ha fattt molto e anche sofferto molto per la chiesa e con grande fede ma sempre con gioia e lo si vede anche da queste preghiere

  • Paolo Paoli

    Paolo VI? Da bambino era una piccola peste!”

    Il Sinodo straordinario della famiglia si concluderà domenica 19 ottobre con un evento speciale: la cerimonia di beatificazione di Paolo VI presieduta da Papa Francesco con una solenne Messa in piazza San Pietro.

    Bresciano, nato il 26 settembre 1897, Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini, apparteneva a una famiglia di estradizione borghese. Il padre, Giorgio Montini, era un avvocato, e fu per diversi anni direttore del quotidiano cattolico “Il cittadino di Brescia” e per tre Legislature, deputato al Parlamento italiano nel Partito di Don Sturzo. Aveva due fratelli, Ludovico, avvocato e uomo politico, Francesco, medico.

    Montini venne eletto Papa il 21 giugno 1963, succedendo a Giovanni XXIII. Rimase sul trono di Pietro fino al 6 agosto 1978, quando morì a Castel Gandolfo, ad 80 anni. Fu uno dei grandi Papi della nostra storia. Non molto popolare presso il grande pubblico, perché poco conosciuto, era per natura umile e riserva­to, ma a molti appariva “freddo e calcolatore”, “un intellettuale distaccato”.

    Coloro che hanno a­vuto la fortuna di vivergli accanto e di conoscerlo bene, lo tratteggiava­no in modo del tutto diverso: un uomo amabilissimo, sensibile ed estremamente colto, generoso, pronto a rendersi utile nella di­screzione e nel dono totale. Un uomo di una grandissima affet­tuosità, cultore dell’amicizia. “La vita dell’amicizia è una seconda vita”, affermava. Jean Guitton, il grande accademico francese che gli fu amico, lo de­finì “un aristocratico dello spirito, un vero artista”.

    Gli storici sono concordi nell’affermare che la sua importanza nel mon­do, per la sua cultura, i suoi documenti di grande valore anche sociale e per essere stato il timoniere del Concilio Vaticano II, è stata gigantesca. Lo hanno definito “Papa della Chiesa”, “Papa dell’umanità, “Papa della pace”. E’ il Papa che ha inaugurato il “ministero itinerante”, esaltato poi da Karol Wojtyla. Paolo VI ha compiuto infatti nove pellegrinag­gi fuori d’Italia, tra i quali spicca il viaggio in Terra Santa nel 1964. Nessun Pontefice, escluso San Pietro, era mai stato prima nella terra do­ve nacque Gesù.

    Per la sua indole umile e riservata, non ha mai avuto la grande popolarità di massa che coinvolge le persone ai vertici della visibilità mondiale, come lo sono in genere anche i Papi. Da un punto di vista umano, della persona privata Giovanni Battista Montini si conosce molto poco.

    Nel corso degli anni, come giornalista mi sono interessato varie volte di lui, intervistando chi lo conosceva bene per essergli vissuto accanto, e trovando ogni volta spunti interessantissimi e inediti, che mi affascinavano.

    Nel 1968, venni a sapere che era ancora vivo il maestro di scuola elementare di Paolo VI, colui che gli aveva insegnato i primi elementi della scrittura, della lettura, che lo aveva aperto al mondo del sapere. Lo cercai e andai a trovarlo.

    Si chiamava Ezechiele Malizia, abitava a Camignone, in provincia di Brescia. Era settembre, e il signor Malizia, aveva da poco compiuto 89 anni, ma non ne dimostrava più di 70. Mente lucida, sorriso smagliante e la pipa sempre accesa in bocca, parlava scanden­do chiaramente tutte le parole e ricercando con insistenza i vo­caboli più appropriati. Ricordava meticolosamente gli avvenimen­ti ai quali aveva assistito nel corso della sua lunga esistenza e li raccontava con dettagli da pignoleria. Camminava dritto, senza fatica, e la sua mano, quando accendeva la pipa o si portava alle labbra un bic­chiere di vino, era ferma come quella di un giovanotto.

    “Avevo 24 anni quando la mamma di Giambattista Montini mi portò il suo bambino che doveva cominciare la prima clas­se elementare”, mi disse Malizia. “Ero maestro al Collegio Arici, a Brescia. Co­noscevo la famiglia Montini per­chè avevo già avuto come scola­ro il fratello maggiore di Giovanni Battista, Ludovico. Il futuro Papa fece con me la prima e la seconda elementare”.

    La domanda che gli rivolsi nel corso della lunga conversazione erano quelle di circostanza. Gli chiesi come si comportava a scuola, se era bravo, intelligente, disciplinato e se per caso fin da allora si poteva intuire che avrebbe intrapreso la carriera ecclesiastica.

    Ezechiele Malizia mi sorprese affermando categoricamente: “Oh no, non avrei mai pensa­to che sarebbe diventato sacerdote e poi Papa. Da quando lo vidi per la prima volta sono trascorsi esattamente 65 anni. E, dopo tanto tempo, non è facile ricordare tutto. Comunque, il piccolo Giambattista non l’ho mai dimenticato. E sa perché? Perché si distingueva fra tutti, e non per essere un bambino tranquillo. Era una piccola peste, un ‘motoperpetuo’. Ma­grolino, sparuto, sembrava avesse l’argento vivo addosso. Era proprio vivacissimo, di una vivacità che qua­si preoccupava. La mamma, quando lo portò a scuola, venne a raccomandarmelo. Temeva che nessuno riuscisse a tenerlo a fre­no. Devo dire che faticai anch’io, tanto è vero che per te­nerlo fermo e perchè stesse at­tento alle lezioni, fui costretto a farlo sedere nel primo banco, proprio davanti alla cattedra: così era continuamente sotto controllo”.

    “I bambini, a quei tempi- raccontò il maestro – entravano in aula alle nove del mattino e uscivano a mezzogiorno, riprendevano alle 14 e tornavano a casa alle 16. Nessun intervallo era permesso durante le lezioni. Fui il primo a trasgredire i regolamenti e a portare i miei alunni, dopo una ora e mezzo di lezione, nel cor­tile della scuola perché, giocando, scaricassero la loro tensione e poi fossero più attenti. Anch’io giocavo con loro. Giambattista era uno dei più scatenati. Lo lasciavo correre co­me una trottola, così si sfogava e poi in aula stava attento”.

    “Di­rei che i risultati furono ottimi, almeno cosi furono giudicati dalla madre di Giambattista che, poi, per ringraziarmi, mi invitò per una settimana nella sua vil­la a Verola Vecchia. Credo che anche Giambattista abbia capito che il metodo da me usato era proprio quello giusto per lui”.

    Dopo le scuole elementari Malizia non vide più Giambattista, “ma lui non si dimenticò mai di me. Quando fu eletto Papa, andai a trovarlo, e lui, rievocando i tem­pi della scuola elementare, mi disse: ‘Caro maestro, si ricorda quando mi dava i piz­zichini nelle orecchie perchè ero sempre distratto?'”.

    “Ero commosso e anche confuso. Non pensavo che il Papa si ricordasse di me. Invece fu di una gentilezza incredibile. Continuava a parlare e a ricordare, e, per l’emozione, mi pareva di essere addormentato e di sognare. Restai con il Papa più di mezz’ora. Ad un certo punto, mi mise intorno al collo un collare con uno stemma e mi disse alcune cose. Non capii niente. Quando uscii, i monsignori che mi avevano accompagnato, mi chiamavano ‘Commendatore’. Mi infor­mai, e seppi che ii Papa, dandomi quel collare, mi aveva nominato ‘Commendatore di San Silve­stro'”.

    “Non potevo crederci. Io, commendatore! Il colmo per me, che sono figlio di un contadino. Mio padre, fino all’età di 20 anni, lavorava per i conti Duco. Poi partì, per combattere con l’eser­cito di Vittorio Emanuele II. Fece le campagne del 1859, del 1860 del 1861. Cominciò come soldato semplice e tornò a casa con il grado di capitano. Durante la guerra del 1915, io volli imitare mio padre. Ero figlio unico e quindi esonerato dal prestare servizio militare, ma mi arruolai volon­tario. Tornai a casa con il grado di capitano, anch’io. Sono glorie di famiglia alle quali ho sempre tenuto molto, ma questa onorifi­cenza che mi ha dato il Papa, ri­cordando i giorni della sua in­fanzia, quando veniva a scuola e io gli ‘pizzicavo le orecchie’ perchè stesse attento e non sba­gliasse a scrivere le lettere del­l’alfabeto, è il titolo onorifico del quale vado più fiero”.

    Fonte: Zenit

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