domenica , 23 luglio 2017
P come Prof

P come Prof

P come Prof. Non poteva essere altrimenti. Certo ci sono anche i Preappelli o i Parziali, oppure, in una spiritualità dello studio, come non pensare al Privilegio stesso di poter frequentare l’università o alla Preghiera che accompagna lo studio e non solo precede l’esame. Però senza prof, come del resto senza studenti, l’università non esisterebbe.

Eppure il rapporto tra studente e docente se, da una parte, è indispensabile ed affascinante, dall’altra, non è sempre facile. È terminata da tempo, ormai, l’epoca in cui l’università si costituiva attorno alla communitas docentium et studentium: questa origine medievale dell’università supponeva una realtà costruita attorno ad una élite di giovani assai diversa da quella attuale di un’università di massa.

Mi riesce difficile pensare ad una simile communitas oggi, vedendo certe lezioni frequentate da centinaia di studenti, seduti, a volte, per terra, sui gradini o addirittura nei corridoi antistanti l’aula. Mi chiedo quale possa essere la qualità della relazione con il prof o come possa egli ricevere e seguire ciascuno, rispondere alle loro mail, consigliare piani di studio. E mi chiedo anche quale immagine possa farsi lo studente di un professore che, fisicamente, sente e vede solo da lontano. Ma non è soltanto una sensazione: nell’edizione 2013 del rapporto OCSE Education at a Glance solo cinque nazioni, tra tutti i paesi membri dell’organizzazione, hanno un rapporto più alto tra studenti e docenti rispetto all’Italia. Si potrebbero elencare molte altre circostante che oggi rendono difficile la relazione docente studente. Obiettive e giustificate.

Ma tutto questo non deve significare la rinuncia a costruire un rapporto che sia significativo, al fine di una formazione integrale dello studente. Non solo, cioè, da un punto di vista didattico, ristretto allo specifico di una materia, ma anche dal punto di vista di una formazione capace di dare un metodo di ricerca, di formulare un giudizio critico, di acquisire competenze scientifiche, umane e relazionali.

Il prof è ben più di un erogatore di didattica, come a volte viene ridotto. Così come l’università non è il luogo (o il non-luogo) in cui si va ad attingere quanto serve ad ottenere un attestato che consenta di entrare nel mondo del lavoro in modo, si spera, più facile e meglio retribuito. Quelli universitari sono anni propizi per instaurare con alcuni docenti un rapporto che diventi punto fecondo di riferimento culturale (nel senso più ampio possibile del termine). Nonostante le oggettive difficoltà e gli imprescindibili cambiamenti questa relazione va cercata, da entrambi le parti, e va costruita a partire dalle piccole occasioni e dai fugaci incontri. È vero che il sistema universitario di valutazione dei docenti privilegia il loro lavoro di ricerca rispetto a quello della didattico; ma è altrettanto vero che senza una relazione con gli studenti il lavoro del docente si ridurrebbe ad una speculazione fine a se stessa.

Paradigmatico è il ministero pubblico di Gesù nel quale egli ha svolto sostanzialmente due “mestieri”: il medico e il maestro. A proposito del secondo gli evangelisti fanno trapelare due caratteristiche: sapeva stupire ed essere autorevole (una citazione per tutte: Mt 7, 28-29). Egli era un maestro “buono” (Lc 18,18) ed esemplare (Gv 13,13-14). Ma d’altra parte egli afferma anche: “Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro” (Lc 6,40).

Tra tanti docenti ogni studente dovrebbe trovare “il suo maestro”, cioè quella figura ammirevole, capace di essere interlocutore e guida, capace di dare un metodo di lavoro, oltre che dei contenuti, buono anche in un futuro e in altri ambiti della ricerca e della vita. Uno che insegna non solo una materia ma anche qualcosa della vita. Un prof che osi fare questo! Perché i prof che nella vita non si dimenticano sono proprio questi!

Non si tratta tuttavia di ridursi a fan del docente famoso, né di attribuirgli tanti likes in segno di stima. Non significa condividere di lui ogni parola o seguire pedissequamente ogni sua direttiva. La relazione, infatti, non è quella del fan ma dello studente intelligente e critico, che sa valutare, discutere, obiettare e dissentire anche dal “suo maestro”. Solo così, come dice il Vangelo, potrà diventare come lui o, magari, anche più di lui. C’è un senso critico che deve essere praticato con rigore e che deve oltrepassare la stima personale o il sentimento di ammirazione.

Solo così la relazione docente-studente non solo fa bene al giovane universitario ma anche al prof e, più ancora, all’università e al sapere stesso. Così diventa vera l’affermazione auspicata dal filosofo britannico Roger Scruton: “Il vero insegnante non trasmette il sapere per il bene degli studenti, ma tratta gli studenti come fossero un bene per il sapere” (La cultura conta. Fede e sentimento in un mondo sotto assedio, p. 42). La conoscenza cresce dentro una relazione ed un dibattito, dentro un dialogo critico argomentato, non aumenta per accumulo di informazioni. C’è un peso, quello del sapere, che non si misurerà mai con il numero delle pagine studiate.

Don Bortolo Uberti
Cappellano dell’Università degli Studi di Milano

Foto: utente Flickr Peyri Herrera

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