giovedì , 21 settembre 2017
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O come orientamento

O come orientamento

O come orientamento. La parola potrebbe avere un vago sentore esotico rimandandoci ai colori e ai profumi dell’oriente. Potrebbe averne uno anche vagamente romantico imbarcandoci sulle navi di antichi marinai che, nelle notti in alto mare, scrutavano le stelle per scorgere la rotta verso un approdo sicuro. Di fatto, invece, ci cala in una delle principali sfide a cui uno studente deve far fronte e da cui non sempre esce indenne.

Scegliere, decidere, valutare sono verbi sempre più difficili da coniugare. E i dati che parlano di un 20% di studenti che dopo il primo anno lascia o cambia radicalmente facoltà, di uno scarso 50%, anche meno, di studenti che giunge a laurearsi, e così via, sono dati che ci pongono domande serie. Ma, al di là dei numeri, dietro questa parola ci stanno molte notti insonni, accese discussioni con i genitori, tanti mal di stomaco. E poi, a volte, affiorano un senso di fallimento rispetto ad una scelta sbagliata, quello di inutilità perché non si sa che fare, quello di confusione che spinge a vagare intorno a vuoto senza arrivare da nessuna parte. Seneca affermava che “non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa a quale porto approdare”. Ed è vero.

Ma cosa intendiamo per orientamento? Un documento del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) tracciando le linee guida nazionali per un orientamento permanente, nel 2014, affermava: “L’orientamento non è più solo lo strumento per gestire la transizione tra scuola, formazione e lavoro, ma assume un valore permanente nella vita di ogni persona, gestendone lo sviluppo e il sostegno nei processi di scelta e di decisione con l’obiettivo di promuovere l’occupazione attiva, la crescita economica e l’inclusione sociale”.

Non si tratta soltanto di scegliere la facoltà giusta, ma di scegliere la vita giusta. Lo studio è un tassello della propria esistenza che deve andare ad incastrarsi al suo posto nel quadro integrale della propria storia. Un po’ come uno dei tetramini del famoso vecchio Tetris: occorre ruotarlo nel verso giusto affinché si posizioni esattamente sulla riga, senza lasciare buchi. La difficoltà cresce proporzionalmente con l’aumentare della velocità. E noi, ultimamente, stiamo andando molto di fretta.

Come si fa ad orientarsi? Innanzitutto occorre conoscere bene se stessi. E questa è la sfida più ardua: cosa voglio? Cosa sogno? Quali capacità possiedo? Cosa mi appassiona? Come mi penso nel futuro? Queste domande devono bollire dentro di noi continuamente. Come nella pentola prima di buttare la pasta: una dopo l’altra le bolle si staccano dal fondo, salgono a galla esplodono e altre ancora le seguono e si rincorrono. Se non rispondo non scelgo. Se non scelgo significa che non sto vivendo da uomo libero.

Occorre poi confrontarsi con gli altri. Che cosa gli altri mi consigliano? Che cosa vedono buono per me? Ciò che sto progettando sta in piedi? È sensato? Le domande devo farle alle persone giuste: a chi mi conosce da tempo e in profondità, a chi mi vuole bene. E delle loro risposte devo tener conto.

Serve poi informarsi bene, verificare la praticità di alcune prospettive, accertarsi che ciò che mi viene offerto corrisponda a ciò che voglio raggiungere, sincerarsi che tra l’ideale che ho in mente e la realtà che si prospetta non ci sia un baratro. Perché spesso proprio qui salta tutto.

E poi lasciar sedimentare nel silenzio, nella preghiera. La fretta è sempre una cattiva consigliera. È necessario mettere tutto davanti al Signore e provare a chiedere a lui se quello che io ho in mente sta anche nel suo disegno su di me. Altrimenti tutto è vano.

Gesù nel vangelo è un maestro nell’arte del discernimento e il suo ministero accompagna le persone che incontra ad orientarsi sulla via buona per la loro vita. Li esorta a scegliere, a volte anche con coraggio e fedeltà. Chiede di imparare non soltanto a valutare i segni esteriori, i fenomeni che accadono, o le piccole cose che toccano immediatamente, ma a valutare bene i segni del tempo: “Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo?” (Lc 12,56). Anche san Paolo ci esorta: “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono” (1Ts 5,21).

C’è poi una buona verifica che serve a capire se si sta andando nella giusta direzione: si tratta di rispondere sinceramente alla domanda “perché voglio fare questa scelta?”. Se la risposta, sincera, è una risposta nobile e alta allora si è sulla strada giusta, altrimenti occorre fermarsi e fare il punto. Non sulla strada ma sulla meta! Se la ragione della mia scelta è quella della carriera, del profitto, dell’affermazione di me stesso, c’è qualcosa che non va. Se questa invece è la forma con cui io mi realizzo dentro un disegno più grande su di me allora potrò andare sicuro.

Orientarsi significa andare verso oriente, da dove sorge la luce. Una scelta è giusta se rende più luminosa l’esistenza mia e di chi mi sta intorno. Dell’intera società.

Don Bortolo Uberti
Cappellano dell’Università degli Studi di Milano

Foto: utente Flickr Thomas Guignard

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