giovedì , 21 settembre 2017
M come Merito

M come Merito

M come merito. Parola che sta diventando magica e fiorisce sulla bocca di tutti, o quasi. Fiorisce un po’ meno, però, nella prassi della gestione della cosa pubblica, in quella della valutazione degli studenti (non solo ai concorsi), nella cura per una scuola che sia buona davvero. E dal fiore del merito è maturato il frutto della meritocrazia. Che cosa s’intende? La risposta ci viene dal suo guru, Roger Abravanel, che ha pubblicato, nel 2008, il saggio di successo dal titolo, appunto, “Meritocrazia”. Abravanel la definisce «un sistema di valori che promuove l’eccellenza (altra parola magica, ndr) indipendentemente dalla provenienza di un individuo» e aggiunge che, in Italia, per provenienza s’intende soprattutto «la famiglia d’origine e i gruppi ad essa collegati». Specificando ulteriormente recupera la definizione di merito di Michael Young (1958), utilizzando la formula: I+E=M, ovvero la somma di Intelligenza (tutte le capacità personali) ed Effort, (l’impegno, lo sforzo, i tentativi, il lavoro) danno come risultato il merito.

Intuiamo facilmente i sinonimi di merito di cui abbiamo bisogno perché tutto possa andare meglio: sono competenza, equità, giustizia, esperienza, parità. Il merito premia chi vale davvero, al di là di raccomandazioni, corruzioni, sotterfugi… Il merito scalza i favoritismi, i giochi di potere e quelli d’interesse, fa spazio ai giovani, alle donne (le “quote rosa”), a chi non ha le spalle protette da qualcuno che in qualche modo conta o crede di contare.

Fin qui tutto bene. Ci mancherebbe. Anzi, largo al merito, non solo in università ma in ogni settore della società e della chiesa stessa! Ma poi, sfogliando le pagine del vangelo, scopriamo che la logica cristiana è … tutt’altro che meritocratica. Eh sì. Gesù non ha scelto i Dodici in base a graduatorie di merito. Tutt’altro. Se lo avesse fatto quei Dodici lì – per lo più pescatori di Galilea – non avrebbero certamente passato il test. Per non dire di Paolo, che addirittura perseguitava i discepoli della Via. Ai primi posti, poi, Gesù ha “raccomandato” di mettere gli ultimi. Le precedenze in paradiso sono per i pubblicani e i peccatori, non per gli scribi e i farisei (che quanto a merito meritavano davvero tanto). Gesù stesso è andato a casa di Zaccheo, e quando era in quella di Simone il fariseo ha dedicato le sue attenzioni alla peccatrice. E si potrebbe continuare con la Samaritana al pozzo di Sicar, o il buon Samaritano della parabola famosa. Per non parlare del figliol prodigo preferito al fratello maggiore, fedele lavoratore, o dei vignaioli dell’ultima ora pagati come quelli che hanno lavorato tutto il giorno. E così via. Insomma, Gesù sembra scardinare tutte le regole di una sana meritocrazia. Per lo meno nell’ambito del rapporto con Dio.

Lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica, al numero 2007, parla chiaro: «Nei confronti di Dio, in senso strettamente giuridico, non c’è merito da parte dell’uomo. Tra noi e lui la disuguaglianza è smisurata, poiché noi abbiamo ricevuto tutto da lui, nostro creatore». E poi aggiunge, al numero 2011, con grande chiarezza: «La carità di Cristo in noi è la sorgente di tutti i nostri meriti davanti a Dio». Forse il detto popolare “a ciascuno il suo” non è proprio vero, almeno su due fronti: quello della vita spirituale (per fortuna) e quello del riconoscimento del proprio lavoro (purtroppo).

È anche vero che Gesù esorta a non voltarsi indietro quando si mette mano all’aratro (vangelo di Luca 9, 57-62) e a far fruttare i propri talenti senza nasconderli (vangelo di Matteo 25, 14-30). Anzi, colui che non li fa fruttificare viene punito. Insegna ad essere terreno buono che rende con abbondanza, tralcio che produce frutto, chiede che si diventi grandi nel servire gli altri. San Paolo istruisce i cristiani di Tessalonica affinché chi non lavora neppure mangi.

La logica del merito, dunque, non riguarda il dono della salvezza, che rimane totalmente libero e gratuito da parte di Dio: non ci si “guadagna” il paradiso, ma lo si accoglie dalla misericordia del Padre. Tuttavia questo non induce, da una parte, all’indolenza nella quotidianità del nostro impegno, né alla pigrizia o all’indifferenza. E dall’altra non giustifica logiche soggettive, arbitrarie e (tanto peggio) corrotte. Anzi, lo stile di Dio dovrebbe spingerci a criteri di giustizia e di gratuità: niente per il proprio interesse, nulla secondo i propri calcoli, tutto per il bene comune. Quello stile di Dio dovrebbe insegnarci a guardare e a giudicare le persone con verità e sincerità, e non con favoritismi, né con secondi fini propri. D’altra parte – soprattutto per uno studente – dev’essere chiara la convinzione che ci si afferma con la dedizione del proprio lavoro, la caparbietà della fatica, il buon uso dell’intelligenza. Non serve cercare altre strade. Sono altre le amicizie da coltivare.

don Bortolo Uberti, cappellano dell’Università degli Studi di Milano

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