giovedì , 21 settembre 2017
L come Lode

L come Lode

L come lode. Ma ci poteva stare anche “L” come laurea o come lavoro. È che il rapporto tra queste due elle, laurea e lavoro, al momento non è proprio idilliaco. Anzi: pare che ultimamente non vadano proprio d’accordo, almeno per molti giovani. E allora vada per la lode che, comunque, è qualcosa di bello e fa sempre piacere. Sia riceverla meritatamente che poterla dare sinceramente.

La lode ha in bocca un sapore fresco, si muove attorno in modo leggero e svolazzante e mette quel pizzico di allegrezza che spesso si fatica a scorgere nei corridoi durante le sessioni d’esame. È quella cosa che spazza via la tensione, il nervosismo, la frenesia delle ore precedenti. Più che la stanchezza per l’impegno o lo stress porta via con sé il volteggio di un passo di danza. Desiderare la lode è naturale all’uomo: a chi non è gradita? E chi, sinceramente, non la cerca? In quasi tutto quello che uno fa si nasconde l’anelito a un riconoscimento ammirato (quando non si cerca soltanto un guadagno economico!). Onestamente, anche quando chiediamo a qualcuno, in merito a qualcosa che abbiamo realizzato – “Dimmi cosa ne pensi, sii sincero!”, “Fammi le tue critiche, certamente mi saranno utili!” – in realtà, sotto sotto, vogliamo essere lodati!

Così, poter leggere sul libretto universitario, qua e là, qualche trenta-e-lode, magari proprio sulla riga dell’esame con più crediti, è un successo che dà vanto. Eccome. Giustamente lo percepiamo come un riconoscimento alla nostra fatica e alla dedizione allo studio. Se poi questa lode va ad accodarsi, in fondo in fondo, al 110 del voto di laurea … allora vale più di una medaglia (altro che ciliegina sulla torta).

Anche se, in sé, la lode è poca cosa: non corrisponde ad un punto in più (non è un 31!) e mica sempre fa media (né aritmetica, né ponderata). Dipende dalle facoltà. Ok, non farà media, ma farà merito. E soprattutto riempirà d’orgoglio mamma e papà … che andranno fieri di quel figlio che s’è preso pure la lode!

A volte, però, la lode è subdola e insidiosa. Chissà come mai quel prof veramente in gamba, che ci sa fare, è proprio quello che all’esame m’ha messo la lode… Gli amici migliori, le persone in gamba, alla fine sono quelle che non lesinano elogi nei nostri confronti. Insomma, a volte la lode ci appanna la vista e ci fa meno obiettivi nei confronti di noi stessi e degli altri. Bisogna starci attenti. D’altra parte, tuttavia, guai a non ambirla, la lode. Dante ben c’insegna che gli ignavi (canto terzo dell’Inferno) sono quelli che “che visser sanza ’nfamia e sanza lodo”. Negli ignavi ci si imbatte appena varcate le soglie della città dolente, dove fanno compagnia a quegli angeli che non furono né ribelli né fedeli a Dio, “ma per sé fuoro”. La loro condizione è decisamente triste: “la lor cieca vita è tanto bassa, che ’nvidiosi son d’ogne altra sorte”. Lasciamo perdere l’infamia: ma la lode è ciò che fa alta una vita, cioè buona, piena, realizzata. È ciò che non la rende mediocre, indolente, pigra, invidiosa. Cercare la lode significa puntare al meglio senza accontentarsi del minimo. Significa non vivere solo per se stessi. Questo sì che è veramente lodevole.

Una curiosità: nella Bibbia la lode torna frequentemente. La lode è un canto gioioso, una preghiera del cuore che sale verso l’alto, un salmo sulla bocca dell’orante. Ma questa lode è sempre rivolta a Dio, perché è lui ad essere veramente degno di lode. Il compito dell’uomo – ma anche di ogni creatura e della natura stessa – è proprio quello di onorare il Signore con una lode che “si estende sino all’estremità della terra” (Sal 48, 11). Come dice il salmo 150: “Ogni vivente dia lode al Signore” (Sal 150,6).

Ma quindi lodare un uomo è un po’ assegnarli attributi divini? Bella domanda. Certe lodi ci fanno toccare il cielo con un dito, però… Se l’uomo vive come immagine di Dio allora giustamente merita lode. Il libro di Qoelet, fine sapiente, ci mette in guardia: “Meglio ascoltare il rimprovero di un saggio, che ascoltare la lode degli stolti” (Qo 7,5); ma anche i nostri nonni non erano da meno quando ci ricordavano che “chi si loda, si imbroda”, o come proferivano gli avi latini laus propria sordet! Ancora una volta dobbiamo stare in guardia: la questione è delicata. La lode si riceve soltanto, ma occorre riceverla dalle persone giuste. Dio stesso, liberatore che riscatta il suo popolo, loda quegli uomini che hanno sopportato le prove e l’oppressione: “Soccorrerò gli zoppicanti, radunerò i dispersi, li farò oggetto di lode e di fama dovunque sulla terra sono stati oggetto di vergogna” (Sof 3,19). Allora la lode non è solo per noi stessi, per chi ha successo o per gli eroi: la vera lode è per quell’uomo che vive con sapienza e dignità la propria condizione, senza scendere a compromessi e senza cedere allo sconforto. La lode va all’uomo che vive in modo autentico. E, naturalmente, a Dio.

Quella piccola lode sul libretto universitario o in coda al 110 di laurea insegni tutto questo. Con umiltà e dentro grandi orizzonti. Lo scrittore libanese Kahlil Gibran, nelle “Massime spirituali”, scriveva: “Il migliore fra gli uomini è colui che arrossisce quando lo lodi e rimane in silenzio quando lo diffami”.

don Bortolo Uberti, cappellano dell’Università degli Studi di Milano

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