giovedì , 21 settembre 2017
Home » Spiritualità » Alfabeto dello studente » K come Kappaò
K come Kappaò

K come Kappaò

K come kappaò. Ko. Knock-out. Capita. Un test non superato, un esame non passato, un piano di studi sbagliato, una laurea rimandata, un concorso respinto, un documento perso… insomma, quando non è per niente ok. Anzi: il contrario. E soprattutto quando non è ok dopo tanto lavoro, tante aspettative, tanti progetti. Dopo lunghe notti di studio, pagine e pagine di appunti, ore passate a ripetere. Si mastica amaro. Si prova rabbia. Le lacrime spingono violentemente dietro le palpebre! Sale il “nervoso”. Rapido e cattivo.

E – si sa – qualcuno ne farà ben presto le spese. Un libro scagliato contro la parete, la matita spezzata in due, il muro preso (inutilmente) a pugni e il primo capitato preso (altrettanto inutilmente) ad insulti; e poi, soprattutto, l’amico trattato male o i genitori travolti da brutte parole.

C’è anche, a onor del vero, chi passa in mezzo a tutto questo in modo indenne e imperturbato. Ma, bisogna ammetterlo, non è un eroe atarassico, è piuttosto uno che se ne frega (o finge di farlo). Per gli altri, la maggior parte, sbollita la rabbia ed esaurite le energie devastatrici, cominciano i pensieri. Da quelli più drastici e sconfortati (specie all’inizio del percorso universitario, magari dopo uno dei primi parziali andati male): “Mollo tutto”, “Ho sbagliato facoltà, cambio”, “Non sono adatto agli studi, eppure a scuola ero sempre andato bene…”. A quelli più arrabbiati che scaricano sugli altri, sulle circostanze, sulle sfortune le colpe del ko: “Il prof ce l’aveva con me perché non ho frequentato”, “L’assistente è una carogna”, “Hanno chiesto l’argomento che non era in programma”, “Ho dedicato troppo tempo a preparare l’altro esame e così sono arrivato lungo su questo”, “E’ per via della gaussiana…”. A quelli invece che da subito cominciano a calcolare la data dell’appello successivo, come spostare altri esami in calendario, come non finire fuori corso o a quando rimandare il periodo della tesi.

Reazioni e pensieri diversi. A seconda del carattere e della storia di ciascuno, a seconda delle attese e delle prospettive di studio.
Ma quando si finisce al tappeto, in un incontro di pugilato, non è ancora la fine. Ci sono alcuni secondi per rialzarsi, riprendere il match e, possibilmente, cambiarne il corso e l’esito. L’arbitro conta: uno, due, tre… fino a dieci. Conta e batte, grida quei numeri. Ci sono dieci secondi per rimettersi in piedi. Occorre provarci. Magari barcollando, all’inizio, forse un po’ inebetiti, poco lucidi. Ma bisogna tirarsi su. Guardarsi intorno, localizzare l’avversario, i confini del ring… E disporsi a ricominciare. Prendere posizione e ripartire. È quello che ogni studente deve fare!

Perché lo studente modello (ammesso che ancora esista!) non è quello che passa col massimo dei voti tutti gli esami, che conclude nei tempi regolari, che sa sempre tutto – ma quello che di fronte ad un fallimento sa ripartire con intelligenza e determinazione. Un esame andato male non significa che tutto vada male. Ci si rimette in piedi prima del fatidico “dieci!”del ko e ci si chiede: perché è andata a finire così? Dove ho sbagliato? Che cosa significa questo “gancio” preso in faccia? Forse ho sprecato tempo, ho sbagliato metodo, non ho ripetuto, non ho fatto abbastanza esercizi… Se uno dovesse cambiare facoltà ad ogni esame andato male… Se uno nella vita dovesse cambiare sempre tutto dopo un errore…

Allora la domanda più vera è quella che mi fa chiedere: come e quando posso rimediare? Chi o che cosa mi può dare una mano? E si torna a combattere, non si scappa dal ring, non si getta la spugna. Anche i Padri del deserto, saggi monaci dei primi secoli della Chiesa, insegnavano: “Chi sa riconoscere i propri peccati e li confessa, è più grande di chi risuscita i morti”.

Quello che avviene nel corso degli anni di studio avviene nella vita intera. Quante volte ci si dovrà rialzare e ripartire dopo una delusione, un errore o una prova? Non si può sempre scappare o sperare che tutto vada bene ringraziando una qualche buona sorte. La via migliore per raggiungere la meta non sempre è quella più corta o più diritta. A volte la strada migliore è quella tortuosa, fatta di sali e scendi, con qualche buca o qualche sterrato.

E quello che avviene nella vita in sé avviene anche nella vita spirituale. Il percorso della fede di ciascuno è sempre una storia articolata ed affascinante. Fatta anche di errori, di tempi di dubbio e di aridità. Magari anche di smarrimenti e distacchi, di ritorni e nuovi frutti.

In tutto questo cammino, da quello universitario a quello dell’esistenza e della fede, il Signore si fa compagno di viaggio. È luce che illumina la strada nella notte, è mano che si tende per sollevare, è voce che dà consiglio, è impronta che lascia il segno. Come dice il Salmo: “Il Signore fa sicuri i passi dell’uomo e segue con amore il suo cammino. Se egli cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano” (Sal 37, 23-24).

don Bortolo Uberti, cappellano dell’Università degli Studi di Milano

(foto: Mike Tyson, fino ad allora imbattuto, messo al tappeto da James «Buster» Douglas, l’11 febbraio 1990)

About universi

universi
La redazione, noi: ci trovate nella pagina "Chi siamo", raggiungibile cliccando sul quadratino con la casetta qui in basso.
Scroll To Top