giovedì , 21 settembre 2017
I come Icaro

I come Icaro

I come Icaro. O quasi. Speriamo, almeno, non proprio fino alla fine. La sua storia è conosciuta anche da chi non studia Scienze dell’Antichità: prigioniero col padre Dedalo nel labirinto di Creta, fugge grazie alle ali che Dedalo stesso ha realizzato con piume e cera. Contravvenendo però alle indicazioni del padre, Icaro si avvicina troppo al sole, il cui calore scioglie la cera delle ali, e quindi precipita annegando nel mare.

Sul labirinto ci siamo: ogni giorno lo attraversiamo e ci perdiamo. E’ il labirinto della nostra città, delle nostre università, quello dei corridoi e delle aule, delle date degli esami, delle burocrazie, dei piani di studio e così via. Spesso c’è un labirinto anche dentro di noi, fatto di sentimenti e di progetti, di cose che sappiamo e di cose che non sappiamo, di quello che vogliamo e di quello che non vogliamo. Siamo spesso confusi, disorientati e ci piacerebbe tanto aggrapparci a qualche filo di Arianna per venirne fuori.

Vorrei, però, soffermarmi su quel volo straordinario che ha affascinato il mondo della letteratura e dell’arte, ma un po’ di tutta la cultura, dalla psicologia all’ingegneria. Innanzitutto è un messaggio confortante: grazie alla creatività e all’ingegno dell’uomo, dal labirinto si viene fuori. In un modo o nell’altro: attaccati al filo o abbracciati alle ali. Una strada per uscirne c’è sempre. Quindi non bisogna arrendersi agli intrichi in cui ci avviluppiamo ogni giorno, né rassegnarsi alle strade apparentemente chiuse, ma occorre spendere la propria intelligenza e le proprie energie per trovare la via d’uscita. Anche in modo sorprendente e originale. Oggi molti giovani, soprattutto entrando nel mondo del lavoro, stanno dimostrando la verità di queste affermazioni ed è veramente bello. “Vola solo chi osa farlo”, ha scritto Sepulveda in Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. E Gesù, a Pietro, sulla barca in riva al lago, dice: “Prendi il largo!” (Lc 5,4). Non bisogna mai smettere di puntare in alto: solo così si esce. Dalle confusioni, dalle fatiche, dagli insuccessi. Puntare in alto è alzare lo sguardo verso l’infinito, è cercare il volto di Dio che, si legge nel libro del Deuteronomio, “come un’aquila spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali” (Dt 32,11).

Ma il volo di Icaro evidenzia anche la questione del rapporto col padre. Rapporto bello e complesso allo stesso tempo. Dedalo insegna al figlio a volare per uscire dal labirinto, gli dà lo strumento per farlo, vola con lui, dopo avergli affidato anche le istruzioni. Ma Icaro ad un certo punto prende le distanze dal padre e dalle sue parole, sceglie la sua rotta, più sul vento delle emozioni, probabilmente, che sulla scorta delle raccomandazioni.

Il tempo dell’università è il tempo in cui si diventa grandi e si spicca il volo. È un tempo di distacchi e di scelte. “Lascerà suo padre e sua madre…” (Gen 2,23), dice il testo della Genesi a proposito dell’uomo che va a formare una nuova famiglia. Oggi, per un giovane, questo distacco è molto difficile. Ma resta necessario. Si fatica a scorgere la spregiudicatezza di Icaro che rischia fino a pagare con la vita. Si intravede, piuttosto, la prudenza di chi vola in scia. (Non è raro vedere genitori aggirarsi nelle segreterie degli atenei per chiedere informazioni per conto dei figli, o nelle stanze dei collegi universitari a far loro il letto). Al di là di questo ci sono ragioni serie: la dipendenza economica dalla famiglia, la solitudine delle relazioni fragili, l’incertezza delle prospettive future. A volte sono i genitori stessi che faticano a staccarsi dai figli e a lasciarli andare.

Eppure mi piacerebbe che, nonostante tutto, in un giovane universitario ci fosse almeno un po’ di invidia per Icaro. Un po’ della sua voglia di osare, di farsi affascinare e attrarre dalle altezze coi loro brividi, dalla luce del sole col suo calore. Mi piacerebbe che ci fosse sempre più la voglia di mettersi in gioco e di sperimentare nuove rotte… senza, tuttavia, dimenticare le istruzioni per l’uso! Tutto questo nella responsabilità quotidiana delle decisioni da prendere e degli impegni da mantenere. A volte stringendo i denti per non cedere di fronte ad un esame che non si passa, a volte per mettere a fuoco meglio un piano di studio, a volte per guardare un po’ più in là, con coraggio, rispetto al giorno dopo che sta per arrivare. Ce la potete fare. Ci dovete credere. E provare.
È vero Icaro ha fatto una brutta fine. E potremmo dire: se avesse ascoltato… se fosse rimasto in scia… Certo. Si può anche scegliere questo basso profilo, questo volo assistito. Però… Però vuoi mettere la bellezza di un Icaro, come quello di Matisse, il cui cuore pulsa mentre si abbandona nel blu intenso del cielo tra stelle splendenti? È la tua vita! La devi costruire tu! Sempre senza buttar via gli strumenti che i tuoi genitori hanno messo nelle tue mani e senza dimenticare le istruzioni per l’uso che ti hanno insegnato. Non c’è vocazione compiuta senza il discernimento personale ed il rischio della propria libertà! O no?

Cantano così i Gemelli Diversi in “Icaro”: “Tutti vogliono volare, ma quanti sono disposti a rischiare di farsi male, cadere, ricominciare? Tanti si accontentano solo di camminare, ma tappando le ali al cuore che cosa si vive a fare? Perché senza amare siamo angeli a metà”.

don Bortolo Uberti, cappellano dell’Università degli Studi di Milano

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