giovedì , 21 settembre 2017
H come Hugs

H come Hugs

H come hugs. Abbracci, in inglese. Non i biscotti bicolori del Mulino Bianco che s’intingono nel latte al mattino. Nemmeno gli abiti casual che insieme ai Baci vestono un sacco di giovani. Abbracci, piuttosto, che si scambiano con gli amici, che si danno a chi ci vuole bene, quelli, insomma, per chi ci sta a cuore e ci è caro, nel senso che ce ne prendiamo cura. Ma non solo: “abbracci” è sinonimo di scelte, passioni, strette a sé, attaccamento: il loro verbo si coniuga con una professione o una religione, un hobby o uno sport. Coniughiamolo anche con i libri, l’università e lo studio!
Perché anche i libri cercano abbracci! Non solo per essere trasportati dalla biblioteca all’aula o da casa all’università. Chiedono l’abbraccio di chi gli si dedica con tempo e passione, di chi ci si immerge senza fretta e ne cerca i segreti, se li gusta e li assimila.

La tua stessa facoltà esige un abbraccio. Non puoi averla scelta solo perché non sapevi cos’altro fare, né perché non hai passato il test di quell’altra che ti piaceva di più. Non puoi esserti iscritto solo perché un’università va pur fatta e una laurea serve sempre, non-si-sa-mai. Neppure perché il lavoro non si trova e quindi-tanto-vale.
È vero: c’è chi gli abbracci li regala. I free hugs  vanno di moda, a volte ci si imbatte. Capita, in qualche piazza, d’incontrare dei giovani con il sorriso stampato sulla faccia e con tanto di cartello appeso al collo che offrono abbracci gratis. Simpatici – certo – questi tizi, ma i loro abbracci valgono proprio poco. Lo sanno tutti. Durano qualche secondo, ma non hanno storia né futuro. Scompaiono presto, come quelli che li offrono. E al di là di un po’ di stupore, qualche perplessità e un sorriso, non resta niente.

C’è un tempo per abbracciare, ci ricorda il libro del Qoelet (3,5), e credo che il tempo dell’università sia proprio uno di questi. Abbracciando lo studio abbracci il tuo futuro. Ma voi potreste dirmi che è certamente meglio abbracciare un amico o un’amica, il proprio ragazzo o la propria ragazza, magari anche il papà e la mamma, anzi, che forse dovreste farlo più spesso. Non c’è dubbio. Ma se manca lo stesso calore e lo stesso desiderio in quello che fate, nel seguire una lezione, nel sintetizzare gli schemi di un capitolo, nell’approfondire un argomento che pone delle domande, il vostro studio resterà arido, pesante e noioso. Tutti sanno che gli esami più difficili da superare, di fatto, sono quelli che piacciono di meno. Il più delle volte. Non generalizzo. Cioè quegli esami che non interessano, che non affascinano, magari nemmeno seguiti a lezione o quelli di un docente poco capace di coinvolgere e conquistare alla sua materia.

Andando oltre un singolo esame o una specifica disciplina oso affermare che la Sapienza stessa esige di essere abbracciata. Nella Scrittura sacra la Sapienza è sempre personificata fino ad essere identificata, nel Nuovo Testamento, con la persona stessa di Gesù. La Sapienza biblica crea e conduce le sorti del mondo, dà senso e sapore all’esistenza di ciascuno, orienta lo stile di vita e il discernimento del futuro. Questa Sapienza si apprende nell’amore, la si conosce nella passione, la si abbraccia giorno dopo giorno. Non è una Sapienza teorica e astratta, che esige soltanto un apprendimento speculativo o un esercizio intellettuale. Chiede una ricerca capace di coinvolgere la persona nella sua integralità. La Sapienza stessa afferma: “Io amo coloro che mi amano, e quelli che mi cercano mi trovano” (Pr 8, 17). Prima ancora di essere noi ad abbracciarla lo fa lei. Occorre desiderarlo. È lei che si fa trovare da chi la cerca. Ma bisogna incamminarsi.

Ci sono materie noiose, indubbiamente. Ciascuno ha le proprie. Ci sono quelle che lasciano poco spazio alla creatività e alla passione: esigono piuttosto fatica, esercizio, dedizione. Non sono tutte uguali. Ma se non c’è nessuna materia che mi fa venire la voglia di approfondirla, di leggere un testo in più oltre a quelli indicati nella bibliografia dal professore, di studiare un autore che non la pensa proprio come quelli citati a lezione, allora qualche domanda me la devo porre, a proposito della mia scelta universitaria. Ho abbracciato la facoltà giusta? Ho fatto bene a buttarmi in questa università?

È sempre la Sapienza a parlare, nel libro dei Proverbi, e dice: “Chi trova me trova la vita e ottiene il favore del Signore; ma chi pecca contro di me fa male a se stesso; quanti mi odiano amano la morte” (Pr 8, 35-36). Non facciamoci, dunque, del male e non finiamo con l’amare la morte. Troviamo piuttosto il favore del Signore, il senso della nostra esistenza e la bellezza dello studio che riempie le nostre giornate. È bello ricevere un abbraccio ma è anche molto bello abbracciare altri. Non per abitudine, non formalmente.

Non sprechiamo, per pigrizia o per noia, il nostro tempo e non buttiamo via le giornate. È brutto vivere senza abbracciare qualcosa di grande e di importante. Non ci succeda di studiare forsennatamente soltanto nei giorni, e nelle notti, prima degli esami. E, soprattutto, non ci capiti di incappare nella maledizione del libro delle Lamentazioni: “Coloro che erano allevati sulla porpora abbracciano letame” (Lam 4,5).

don Bortolo Uberti, cappellano dell’Università degli Studi di Milano

About universi

universi
La redazione, noi: ci trovate nella pagina "Chi siamo", raggiungibile cliccando sul quadratino con la casetta qui in basso.
Scroll To Top