domenica , 23 luglio 2017
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La sobrietà e la manna

La sobrietà e la manna

Giovedì 5 marzo si è tenuto il secondo incontro del ciclo di letture bibliche “I guai di Dio”, in Università Statale. A confrontarsi sul testo narrato nel capitolo 16 dell’Esodo, l’episodio della manna, c’erano le voci di Eliana Briante (pastora della chiesa metodista di Milano) e di Miriamo Giovanzana (giornalista e scrittrice di Terre di Mezzo).

L’episodio della manna – ha spiegato la pastora Briante – è uno dei tre episodi di “mormorazione” raccontati nel libro dell’Esodo nei capitoli 15, 16 e 17. In questi tre capitoli il popolo di Israele, che si trova nel deserto dopo il passaggio del Mar Rosso, mormora (cioè protesta, si lamenta) contro Dio per la mancanza di cibo e di acqua. L’episodio è paradossale: il popolo, infatti, è stato appena liberato grazie all’intervento prodigioso di Dio, che ha aperto le acque del mare; nonostante ciò, Israele non si fida ancora del Signore, lo “mette alla prova” chiedendo miracoli e abbondanza materiale. La risposta che Dio dà a Israele è duplice: da una parte, soddisfa le richieste del suo popolo; dall’altra parte, si sforza di educare il popolo a comprendere che il vero “cibo” di Israele è la sua parola, la sua alleanza, le sue leggi. In sintesi: il dono di se stesso.

Nel racconto biblico della manna sono presenti tutti questi aspetti. Nel versetto 2, il popolo domanda «carne e pane a sazietà», arrivando quasi a preferire la condizione di schiavitù (con la pancia piena) alla libertà appena conquistata. Il riferimento alle carni richiama al culto (la carne degli animali è infatti l’elemento essenziale dei sacrifici): Israele sta quindi chiedendo una “stabilità cultuale” rispetto alla situazione di incertezza prospettata dalla nuova condizione di pellegrini. In entrambi i casi, il popolo dimentica l’origine e la meta del suo viaggio: il passaggio dalla schiavitù alla libertà.

La richiesta passa attraverso la mediazione di Mosé, che riceve istruzioni direttamente da Dio che gli parla attraverso la nube (vv. 9-12). Il dono della manna (vv. 13-21) è quindi anticipato dalla “presenza gloriosa” di Dio in mezzo al suo popolo: egli dà molto di più di quanto richiesto, dà molto di più di un’abbondanza puramente materiale: dona se stesso, la sua presenza.

È questo il significato profondo della manna, la quale infatti non trova spiegazione (“manna” significa letteralmente “che cos’è?”) se non con il riferimento all’azione di Dio: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo». Si tratta di un cibo che, pur soddisfacendo l’appetito degli Israeliti, non può essere conservato, a significare che i doni di Dio sono continuamente elargiti dalla sua provvidenza instancabile. È, insomma, un cibo che – anziché ripiegare il popolo sulla sua sazietà – lo apre continuamente all’agire benevolo di Dio: che è il vero cibo e il vero dono per il suo popolo.

La provvidenza di Dio, tuttavia, non è assistenzialismo: sarà il popolo a dover «uscire» e «raccogliere» il dono depositato da Dio, prestando attenzione alle necessità del proprio prossimo («prenderete ciascuno per quelli della propria tenda») e ai ritmi del culto (il sesto giorno si raccoglie doppia razione in modo da poter rispettare il riposo del sabato).

Il commento di Miriam Giovanzana ha riletto il brano della manna sul versante più laico della “sobrietà”, prendendo spunto dal versetto 18: «Colui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo, colui che ne aveva preso di meno non ne mancava: avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne». L’episodio della manna testimonia un rapporto con la ricchezza materiale che non appesantisce, ma apre alla relazione, alla società, all’ambiente.

Al di fuori di un contesto religioso, ha riflettuto la giornalista, è difficile oggi proporre la sobrietà come un valore: essa viene per di più collegata alla ristrettezza e alla povertà. È necessario pertanto riscoprire il “passato” e il “futuro” della sobrietà, cioè il suo legame con il desiderio (la sobrietà c’è solo quando è “desiderata”, quando è stata scelta e assunta liberamente come stile di vita) e con le esigenze di giustizia verso le generazioni future, che hanno lo stesso nostro diritto di godere dei beni della Terra.

Secondo Giovanzana una scelta che può aiutare oggi a riscoprire il valore della sobrietà è lo stile di vita vegan, che rifiuta i prodotti di origine animale in critica verso i meccanismi “violenti” della catena del consumo. Al di là dei contenuti specifici dello stile vegan (che possono essere considerati condivisibili o meno), si tratta di una scelta che si sforza di guardare con consapevolezza all’”invisibile” che sta dietro a ciò che consumiamo.

Giovanazana ha chiuso l’intervento con una simpatica “icona” della sobrietà, un aneddoto dall’esperienza personale della giornalista. È il ricordo del nonno che ogni sera, al termine del pasto, si “concedeva” una noce, e non una di più. Il nonno, che aveva passato la guerra, aveva imparato una sobrietà tanto semplice quanto sinceramente “gustata” e soddisfatta.

Immagine: Wikimedia commons

About Raffaele Carbone

Raffaele Carbone
Studio matematica in Statale, ma nel tempo libero mi piace suonare organo e pianoforte. Artisti preferiti: J. S. Bach e Franco Battiato. Sempre sul comodino: un libro di Romano Guardini
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