giovedì , 21 settembre 2017
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Università paradigma di vita buona – Il racconto

Università paradigma di vita buona – Il racconto

Era il 27 novembre scorso quando nell’aula magna dell’Università Bicocca il cardinale Scola invitava il mondo universitario a diventare paradigma di vita buona per la società. A qualche mese di distanza il numeroso pubblico che mercoledì 19 marzo gremiva l’aula De Carli del Politecnico-Bovisa ha potuto apprezzare come l’appello ad approfondire questo tema non sia caduto nel vuoto. Rappresentanti di ogni ambito della vita universitaria – dallo studente alle prime armi passando dal professore ordinario fino a concludere con il cardinale – hanno esposto i frutti delle riflessioni su come la vita in un ateneo potesse essere buona.

Così dopo i saluti di rito – che hanno visto protagonisti il Rettore Giovanni Azzone e il vicario episcopale per la Pastorale universitaria mons. Pierantonio Tremolada – è stata proprio una studentessa ad aprire le danze. Lidia Brambati, laureanda in Architettura, ha riconosciuto nell’impatto con l’università il nascere di «grandi interrogativi: chi sono io? Chi voglio essere? Cosa sono chiamata a fare?». Per rispondere si è affidata alle parole di Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus Annus, che invitano a «poter essere collaboratrice di Dio nella creazione, imparare a progettare riconoscendo i doni ricevuti con gratuità e farne opere belle, proprio ora già dalle piccole cose e nella vita universitaria».

Parole ricche di spunti anche da di Eliana Minelli, docente di Risorse umane alla Liuc di Castellanza. Minelli ha voluto sottolineare che «l’università tratta la “risorsa” più preziosa in assoluto, le persone. Preziose non perché producono valore economico (magari anche), ma perché sono l’essenza del mondo, sono la vita.». L’università può essere paradigma di vita buona «perché può promuovere relazioni sane, creare momenti di ascolto, e accogliere ciascuno rispettando le differenze». Certo non mancano gli ostacoli perché l’università divenga paradigma. Ad individuarli è stato Edoardo Buroni, assegnista di ricerca in Statale: «Anzitutto un male vecchio e noto: l’ingessatura del sistema, le logiche di potere, il mancato riconoscimento della dignità, delle potenzialità e dell’autonomia dei giovani cosiddetti “non strutturati”, l’autoreferenzialità di chi si chiude nel proprio sapere erudito. In via di preoccupante propagazione è poi il secondo male, più nuovo e forse più subdolo perché congiunto ad un elemento positivo: mi riferisco all’idea per cui l’attività e la ricerca debbano avere un immediato riscontro e tornaconto economico, debbano badare solo o soprattutto alla concretezza “visibile”».

Ne è consapevole Ruggero Barelli, al secondo anno di Giurisprudenza in Statale, che in università ha potuto scoprire che «la fede mi chiede continuamente un sì: un sì per rispondere alla domanda “perché credi?”, un sì per pregare, un sì per affidarsi nelle sfortune e fortune quotidiane, un sì per andare a Messa la domenica, un sì per venire a parlare qui quest’oggi». Il tutto finalizzato alla testimonianza, proseguendo sulla «strada della verità». Nemmeno chi si trova dietro le quinte rimane insensibile alla provocazione di Scola. Ellis Sada, direttrice della Biblioteca d’Ateneo dell’Università Cattolica, riconosce che «l’università, se viene vissuta dagli studenti in chiave da protagonisti e cioè con passione, soprattutto nel quotidiano, attraverso la partecipazione attiva alle lezioni, allo studio, il confronto anche informale con i docenti, permette di cogliere le reali esigenze comuni e di diventare creativi e propositivi».

A concludere quindi la rassegna di interventi precedenti il contributo del cardinale, ci ha pensato Luciano Galfetti, ordinario di Propulsione areospaziale al Politecnico. La ricetta individuata dal docente per ricreare un ambiente che sia paradigmatico di una vita buona è «la condivisione di dubbi, di inquietudini e di domande, la conversione a un nuovo amore per il mondo» che «rappresentano una straordinaria opportunità di incontro tra la sensibilità laica e quella credente. Allora un ateneo si riscopre «laboratorio quotidiano di ricerca di senso, confronto di sensibilità diverse perché l’uomo venga restituito alla sua dignità e alla sua pienezza».

Data la ricchezza emersa dai discorsi il card. Scola non ha potuto che dirsi «soddisfatto del lavoro che ha creato l’incontro in Bicocca», specificando però che negli interventi della serata «la provocazione della Bicocca è rimasta implicita. Bisogna fare un passo in più: il paradigma di vita buona trova un potenziale espressivo in università che deve rendere soggetti della vita sociale». Allora come si diventa soggetti a tutto tondo? C’è ulteriore lavoro da compiere: «Bisogna fare come Lidia, che è stata portata dall’impatto con Milano a porsi domande interessanti che sono state estromesse dall’università. Che ne è dell’unità del mio io dentro la molteplicità dell’università? Se manca l’unità dell’io come posso stare in piedi? Come la vita non è logoramento?». Dunque «l’unità dell’io è l’impresa. C’è un aiuto: la sorpresa del Dio incarnato . Per affrontare l’unità dell’io bisogna lasciar spazio a un antefatto che è una sorpresa. Dio ci sorprende attraverso circostanze e rapporti. Unità dell’io è il compito con la compagnia della sorpresa di Dio».

Il luogo in cui tentare l’impresa dell’unità, ha detto Scola, è l’università nella sua quotidianità e vita ordinaria: «Edoardo diceva di un’università protesa all’immediato e ha introdotto il tema della gratuità. Infatti non si crea sapere alcuno senza gratuità. Il gratuito è l’agire secondo la perfezione». Successivamente il vescovo di Milano è tornato sulle parole di Galfetti, secondo le quali l’università deve essere laboratorio di ricerca di senso: «Quale è il metodo di coltivazione dell’umano? La cultura inizia col porsi del soggetto. Significa che la libertà affronta il reale e si lascia interrogare dalla verità coscienti che non noi ricerchiamo la verità, è lei ci si fa incontro. La libertà è mossa da una verità che si fa incontro nelle circostanze quotidiane e nei rapporti». La natura dell’ Università è quella di essere una «communitas docentium et studentium. L’impresa dell’unificazione dell’io, che parte dalla sorpresa del Mistero, ha bisogno di una comunità che ti conviene, cioè ti viene incontro a tutti i livelli. La speranza è quella di vivere in tale comunità, quella accademica, una vita talmente buona da diventare paradigmatica».

(Foto: utente Flickr Angelo Scola)

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