domenica , 23 luglio 2017
A come Ansia

A come Ansia

A come ansia. Nemico astuto che s’insinua di soppiatto, dalle retrovie, eludendo barricate e tattiche di difesa. Prime vittime a cadere sotto le sue lame affilate sono le matite, poi le unghie. Perché ha i denti, l’ansia: che smozzicano, tritano, torturano. Cadono anche gli amici, morsicati dal nervosismo spigoloso ed aguzzo. E infine i genitori e i famigliari in genere, addentati da quella tensione per cui ogni parola è una miccia accesa che fa esplodere la dinamite. Ma a stare male, più di tutti, è il portatore – insano – di ansia.

Si insinua dallo stomaco. Perché lei, l’ansia, abita lì. Se ne sta assopita a lungo, prima di girarsi e rigirarsi e poi stiracchiarsi assonata fino a metter giù i piedi e ad andare in giro, rovinando la giornata, la settimana, la vita. Basta poco a svegliarla: un esame, magari solo parziale, una scadenza, un piano di studio da consegnare, un libro di lunghezza maggiore del previsto o inversamente proporzionale al tempo per studiarlo, una decisione da prendere, una risposta da dare… Così lei comincia a stringere lo stomaco, poi a chiuderlo, e quando cresce lo contorce e lo ribalta. Finisce per trasformarsi in brufoli; o, più spesso, in divoratore insaziabile di risorse. Ricordate Pacman? Il mostriciattolo giallo che s’infila in ogni vicolo del labirinto e ingurgita tutto ciò che si trova davanti. Ecco: l’ansia è come lui. Di più. È potente: toglie energie, svuota, distrae da qualsiasi altra cosa. Blocca il respiro e appanna la vista. Così non si va lontano e non si vede oltre lo scoglio immediato che ha scatenato la tensione. Non si conclude nulla, mentre lei cresce.

Ben Sira, maestro di sapienza in Gerusalemme, nel libro dell’Antico Testamento che da lui prende il nome, il Siracide, si interroga: come potrà diventare saggio quel “vasaio che è seduto al suo lavoro e con i suoi piedi gira la ruota, è sempre in ansia per il suo lavoro, si affatica a produrre in gran quantità” (Sir 38, 29)? L’ansia è nemica della sapienza. Nasce dall’affanno dell’efficienza e della prestazione, ma soprattutto affonda le proprie radici nelle presunzione di bastare a se stessi, di potercela fare per conto proprio. L’ansioso è convinto che tutto dipenda da lui – e che, allo stesso tempo, lui non sia all’altezza del compito o non ne ha le risorse.

In questi momenti occorre fermarsi. Respirare. Poi… respirare ancora. Quindi chiedersi: che cos’è che mi mette ansia? Per che cosa sono in questo stato? C’è un fondamento? Ci sono delle ragioni? Poi respiro ancora. E ora mi chiedo: chi mi può dare una mano? Con chi ne parlo, a chi chiedo aiuto? L’ansia va combattuta, va estirpata. Per il bene dello stomaco e per quello delle matite e delle unghie. E per il bene delle relazioni, con gli altri e con Dio.

Gesù lo ha raccomandato ai suoi discepoli: “Non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia” (Lc 12,29). I pagani, dice Gesù, sono ansiosi, voi no. Fidatevi. Fidatevi di Dio, perché il Padre sa di cosa avete bisogno e si prenderà cura di voi.

Don Bortolo Uberti (cappellano dell’Università degli Studi)

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